I licenziamenti senza giusta causa aumentano davvero l’occupazione?

Renzi è convinto: licenziamenti senza giusta causa più agevoli aumentano l’occupazione. Vi spieghiamo perché non è vero e cosa si dovrebbe fare a livello europeo per creare posti di lavoro.

Dopo l’approvazione in Senato della delega in “bianco”, ora il Governo Renzi potrà sostanzialmente modificare e cancellare a propria scelta qualsiasi norma di legge sul lavoro e, non è difficile immaginarlo, le polemiche non si sono affatto placate. Oltre alla cosiddetta minoranza PD anche altre forze politiche e sindacali si sono mosse. Il 25 ottobre tutta la CGIL sarà in piazza a Roma per dire un secco NO ad una riforma del mercato del lavoro poco chiara nei contenuti, ma netta nel principio di fondo: facilitazioni nei licenziamenti senza giusta causa favoriscono l’incremento dell’occupazione.

Questo principlicenziamentiio nasconde due motivazioni. La prima è che la risoluzione della crisi economica debba passare dalla “svalutazione interna”. Si tenta cioè di rilanciare le esportazioni comprimendo i consumi (e la domanda aggregata) attraverso una maggior numero di disoccupati che si offrono sul mercato del lavoro ad un salario sempre più basso.

La seconda (più come chiacchiera da bar) è che se i giovani non hanno un posto fisso la colpa è dei loro “padri troppo tutelati”.

Entrambe le motivazioni sono false. Nel primo caso, le ricette economiche di svalutazione interna abbinate alle politiche di austerity – già messe in campo negli ultimi anni dall’Italia e dall’Unione Europea – non hanno dato buoni frutti poiché a fronte di un modesto aumento dell’export, la domanda aggregata è crollata portando al fallimento numerose piccole-medie imprese (con conseguente aumento della disoccupazione). Le aziende che esportano hanno saturato la loro capacità produttiva senza investire denaro “fresco” e senza assumere nuovi dipendenti.

Nel secondo caso l’idea perniciosa di risolvere l’annosa questione occupazionale solo con uno scontro fra generazioni è francamente demagogico e pericoloso per la tenuta sociale del paese. Ricordiamo infatti che il precariato nasce dalla violazione, da parte dell’imprenditore, di norme di legge chiare e precise che vietano l’abuso delle forme contrattuali atipiche. Inoltre, la creazione di posti di lavoro passa da nuovi investimenti. Come spiegava, già negli anni trenta, l’economista inglese John Maynard Keynes la riduzione dei salari riduce anche la domanda aggregata e quindi ha un effetto depressivo sull’occupazione. Pertanto la flessibilità dei sal13524keynesari (leggasi “licenziamenti facili”) non è una ricetta per risolvere il problema della disoccupazione.

In tempi più recenti queste tesi sono state raccolte da premi nobel come Joseph Stiglitz o Paul Krugman. Secondo Stiglitz, l’Unione Europea dovrebbe abbandonare le politiche di austerity e di svalutazione interna per concentrarsi su:

  • unificazione dei debiti pubblici nazionali;

  • implementazione di un sistema finanziario comune;

  • armonizzazione delle imposte;

  • modifica del mandato della Banca Centrale Europea per agire non solo sull’inflazione, ma anche sull’occupazione (favorendo gli investimenti), la crescita e la stabilità finanziaria.

Secondo l’economista americano, sono riforme da eseguire molto rapidamente poiché “i giovani devono cercare di costruire le proprie abilità, ma passano il loro tempo disoccupati, cadendo nella disillusione e nell’isolamento”.

Il Jobs Act quindi non sortirà effetti positivi sull’occupazione. Inoltre togliere diritti senza porre un freno al precariato e senza un sistema di ammortizzatori sociali e di formazione non aiuterà certo ad eliminare le differenze fra lavoratori di “serie A” e di “serie B”. Anzi, entrambi saranno destinati a “giocare” in serie C.

Per approfondimenti:

www.investireoggi.it, Joseph Stiglitz: “La fine dell’euro non sarebbe la fine del mondo”

Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta – Capitolo 19, J. M. Keynes